Beatrice

Attimi di Arte

Kazimir Malevič e Italo Calvino

Da Diomira a Berenice, viaggiando per le terre dell’impero del Kublai Khan, il grande esploratore raccoglie il sapere e la bellezza di ogni città e poi racconta, al sovrano curioso, di Despina, delle virtù di Zora e delle vecchie cartoline illustrate di Maurilia, delle meraviglie di Clarice, di Eudossia e di Adelma. Il romanzo “Le città invisibili” di Italo Calvino è un ultimo poema di amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città e, al contempo, un gioco in cui l’autore ligure si diverte a destrutturare e ricostruire la realtà attraverso logiche combinatorie. L’imperatore cinese incarica il mercante di raccontargli di tutte le città da lui visitate, quelle che si vedono e quelle che, come da titolo, sono invisibili così che egli arriva al punto di chiedersi se il mondo non sia altro che un insieme di immagini create dalla mente poiché è solo attraverso queste immagini che riesce comprendere le città che Marco Polo descrive. In ogni città visitata è sempre possibili ritrovare la stessa, cioè quella che ci sta a cuore, anche se con aspetti diversi.

L’oggetto dei racconti di Marco Polo al Gran Khan non è più la città – o le città. La formula linguistica sostituisce la realtà e interpreta il romanzo come un complesso artificioso riconducibile a un modello formale.

Black_Square_-Kasimir_Malevich

Malevič ricercò questo modello in un sistema pittorico fondato sul primato del colore e della forma, abbandonando ogni rappresentazione oggettiva nel tentativo di ricomporre ciò che definirà come “una pura sensibilità plastica”. Pensiamo ora a Magritte: il disegno di una città non è una città, un quadrato nero disegnato è un quadrato nero disegnato ed è in questo che si rispecchia l’arte concettuale.

Il processo di estrazione porterà l’artista a sopprimere ogni riferimento al mondo materiale: il quadrato è l’emblema dell’estetica che fugge il fenomeno, non per un effetto di stracciamento, ma con la volontà di giungere ad un’essenza privata della sua manifestazione storica. Calvino, invece, fa del suo narratore principe uno strumento a servizio del vero; seppure con qualche ricordo e alcune invenzioni, Marco Polo racconta ciò che vede ma mai ciò che è. Non c’è modo, infatti, di giungere ad una piena rappresentazione del reale attraverso un modello universale; permane un invalicabile confine tra parola e significato, tra l’oggetto nella sua complessità e la sua rappresentazione, tra il sé e il “deserto intorno a sé”.

E in questo vuoto dialettico non ci rimane altro che “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e dargli spazio, e farlo durare.”

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2 commenti su “Kazimir Malevič e Italo Calvino

  1. Anonimo
    20 febbraio 2016

    io non vedo il collegamento con Calvino, autore per altro riscoperto da poco. Nelle opere di Malevic ho visto una gfande voglia di rivalsa, ma la presenza opprimente di un regime. Se dovessi asociare un autore assocerie sicuramente Primo Levi , per la sua “complessità” di vivere ed accettare il passato

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  2. beatricecarducci
    20 febbraio 2016

    Accetto l’osservazione, li ho associati in quanto pensiero comune, a mio avviso, di non poter trovare una piena rappresentazione del reale attraverso un modello universale; Calvino nel raccontare le città e Malevic nel raccontare il suo pensiero. Ho scritto anche un altro post su Malevic se ha piacere di leggerlo! Buon sabato

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Questa voce è stata pubblicata il 17 dicembre 2015 da in Arte, Arte e Letteratura con tag , , .

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