Beatrice

Attimi di Arte

In quale occasione, vedendoti, non ti sei trovato?

Articolo scritto dopo aver visitato la mostra “Ennesima” alla Triennale di Milano e aver visto l’opera di Vincenzo Agnetti “Quando mi vidi non c’ero”.

“Quando mi vidi non c’ero”. Sei parole che formano l’Autoritratto di Vincenzo Agnetti (Milano, 1926-81), personaggio destinato a diventare il più originale artista concettuale italiano.

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“Prima il dubbio, poi la poesia, la sintesi e quindi la lotta con il circondario umano”. Così Agnetti ci suggerisce un percorso, una chiave di lettura da seguire quando ci troviamo di fronte ad una sua opera. Agnetti non usa il segno, ma la parola e il simbolo. Artista visivo, scrittore ma anche poeta… e la sua vicinanza alla poesia è lampante. 

Durante tutta la sua vita di pensatore ed artista, Agnetti ha perseguito “l’arte del levare” condivisa 500 anni fa anche da Michelangelo, togliendo materia ma non sostanza, fino a trovarci davanti ad un sunto che non rappresenti la fine ma l’inizio di un nuovo percorso di conoscenza.
Le parole; forse le più adatte ad esprimere e a dar voce alla sua ansiosa esigenza di immediatezza comunicativa, formano frasi brevi che ci accompagnano in nuovi luoghi da esplorare, in un pensiero che va oltre la materialità. Invenzioni linguistiche. Un bisogno minimalista, da una parte, di poche parole e, dall’altra, la necessità di un impegno intellettivo marcato e di una collaborazione attiva da parte dello spettatore. Senza dimenticare che l’assenza è pur sempre una presenza, anche se cancellata.

“Quando mi vidi non c’ero” e all’interno della nostra mente si materializzano una serie di enigmi. E io mi chiedo… “in quale occasione, vedendoti, noi ti sei trovato?” Siamo forse in attesa di noi stessi?

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La grandezza dell’opera d’arte, secondo Magritte, non risiede nell’abilità esecutiva bensì nella capacità della stessa di azionare una riflessione sul mondo e la realtà.

Magritte era un surrealista e ciò che lo distinse fu la sua nuova concezione di realtà, che mise al centro rispetto al sogno. Non abbiamo bisogno del sogno, è sufficiente guardare; e la realtà visibile e tangibile non è altro che un sogno. Noi, con i nostri occhi, non solo vediamo ma riflettiamo. Bisogna solamente vedere meglio e vedere di più.
Quindi, forse, la nostra vera essenza, ciò che realmente siamo, non si vede guardandosi allo specchio perché resta nascosta dentro di noi. E qui ecco che arriva Magritte con “La riproduzione vietata” (1937); e con la sua logica che mai ha ubbidito alle regole, ci racconta di un uomo la cui immagine riflessa nello specchio lo mostra ancora di spalle.

All’interno della sua arte gli oggetti perdono la loro abituale funzione, trasformandosi in un codice segreto dove le convenzioni si sgretolano lasciando il posto ad un nuovo regolamento suggerito dall’artista.
L’uomo è condizionato dalla propria rappresentazione, una rappresentazione che con Magritte, surrealmente, diventa un divieto. Ma a volte non si può giudicare sé stessi se non si riflette sulla nostra immagine proibita. Ci sentiamo e veniamo proiettati nell’immensità del nostro vuoto interiore al fine di trovare sempre nuovi modi di guardare a noi stessi e alla realtà.

“Il mondo è così totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è fortuna: è arte allo stato puro.”

Beatrice Carducci

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Questa voce è stata pubblicata il 21 dicembre 2015 da in Arte, Arte Contemporanea con tag , , , , , , , , .
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