Beatrice

Attimi di Arte

Quadrato Nero, icona dell’essenza

In mostra alla GAMeC di Bergamo fino al 17 gennaio.

Il percorso espositivo si apre con il periodo simbolista di Kazimir Malevič (1879-1935), artista tra i più originali dell’avanguardia del primo Novecento, dagli esordi del 1906 fino ad arrivare al Quadrato Nero; simbolo del suprematismo.

Durante l’ultima mostra futurista “0.10” avvenuta nel 1915, Malevič annució la fine della pittura e diede vita al suprematismo; una corrente artistica importantissima per lo sviluppo dell’arte del ventesimo secolo. E’ una nuova forma di arte non figurativa in cui si lascia spazio all’utilizzo delle forme geometriche elementari, in primis il quadrato in quanto forma statica per eccellenza. La sua rotazione lo trasforma in cerchio e una croce non è altro che cinque quadrati sistemati a dovere. Per i suprematisti il quadrato rappresenta quindi l’elemento base del mondo e dell’esistenza.

Secondo Malevič l’arte non doveva più imitare la realtà ma doveva trovare la sua vera essenza.Voleva fortemente una riduzione dell’arte al suo minimo assoluto, “al suo zero”, ottenuta liberandola dall’accumulazione di soggetti.

“I contorni della realtà obiettiva svaniscono gradualmente, mentre ci addentriamo, passo dopo passo, finché tutto quello che amiamo e per cui siamo vissuti svanisce alla vista”, disse Malevič commentando il “Quadrato Nero” e diede vita ad una corsa infinita verso la purezza assoluta.

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Quest’opera fu appesa in alto e nell’angolo, come un’icona. Ma nessuno, quasi, lo ha mai adorato. Vennero considerate un gruppo di opere incomprensibili al pubblico, forse perché, in realtà, non c’era nulla da comprendere. Forse perché le opere in cui non risulta possibile riflettersi generano il panico nell’osservatore. C’era solo bisogno di avvertire sensazioni. Sentimenti da provare. Come disse l’artista: “Un benedetto senso di liberatoria non oggettività mi ha fatto inoltrare nel deserto dove nulla è reale tranne il sentimento… e così il sentimento è diventato la sostanza delle mia vita.”

Quello che ci fu prima fu ridotto a niente; Malevič distrusse tutto ciò lo che lo circondava, lo spense, per poter rinascere di nuovo. Perché anche la bellezza può sfinire o, addirittura, soffocare. Ci può capitare di avvertire il bisogno di uscirne, dall’eccesso e dallo sfarzo, e di desiderare la semplicità, desiderare l’essenza.

Come in una formula matematica, tutto ciò che è personale è proibito. Malevič ci dona un forma primaria senza nessuna referenza se non sé stessa. La scelta, quasi perenne, del bianco e del nero, che non sono colori, ma opposti; come l’io interiore e il niente esterno. Un contrasto da ciò che abbiamo dentro e ciò che ci circonda.

malevich

Mi rendo conto che l’approccio all’astrattismo necessiti di uno sforzo mentale non indifferente, soprattutto per non inciampare nella solita frase del “lo potevo fare anche io”. L’astrattismo richiede allo spettatore di mettere in discussione il proprio modo di guardare all’arte ma richiede soprattutto anche l’abilità di ricercare la filosofia, la poesia, che sta a monte dell’opera.

Il grado zero, l’astrattismo assoluto, porta l’artista a distruggere, azzerare e ripartire. Superare le convinzioni e, soprattutto, dubitarne. Emergere dal fondo, come un quadrato nero che emerge dalla tela bianca, anche a costo di non essere capiti.

“Quadrato Nero” verrà esposto il giorno della morte di Kasimir Malevič che lo aveva voluto ai piedi del letto della sua camera, vicino alla bara che lui stesso si era disegnato. E ripenso a Garibaldi che, quando fu vicino alla morte, fece portare il suo letto di fronte al mare. Ognuno, dopotutto, cerca il suo infinito e la sua serenità dove meglio crede.

Beatrice Carducci

Post scriptum: E’ interessante sapere che il Quadrato non è un vero quadrato poiché nessuno dei suoi lati è parallelo alla cornice. E che, per di più, l’artista l’ha dipinto usando una miscela di colori dove il nero è assente. Infatti, se si esamina più attentamente il quadrato, si nota che il colore risulta screpolato!
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Un commento su “Quadrato Nero, icona dell’essenza

  1. Sandra
    6 gennaio 2016

    Mi complimento per il testo: intrigante e pulito, BRAVA 🙂
    Ho ridacchiato leggendo la frase sul luogo comune del “lo potevo fare anche io” e mi è venuto in mente un grande affare giudiziario degli anni ’30 del secolo scorso: “Il caso Brancusi”. È una lettura che consiglio (credo esista addirittura un libricino) perché mostra lo sforzo intellettuale di un giudice per quanto riguarda l’interpretazione di cosa potesse significare un opera d’arte all’inizio del XXI secolo. L’apparizione di un arte che finalmente prendeva il distacco dalla datata raffigurazione. Ahimé, non solo lo spirito critico della massa ma pure la legge si deve adattare ai cambiamenti del mondo dell’arte.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 gennaio 2016 da in Arte Contemporanea con tag , , , , , , .
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